Sono andato a vedere il Dorian Gray di Oliver Parker. E l’ho fatto principalmente partendo prevenuto, con la consapevolezza che questa, l’undicesima trasposizione del celeberrimo e pluri-citato romanzo di Oscar Wilde, avrebbe fatto davvero schifo. E siccome ne volevo parlare male, ma non volevo trovarmi nel frattempo a dire di no alla domanda “Ma tu il film l’hai visto?“, al cinema ci sono andato comunque. Mi sono stupito però. Stupito perchè la cosa che io ritenevo peggiore della pellicola, e cioè Ben Barnes, forse alla fine era il minore dei mali. Perchè sì, quale regista sano di mente, per portare sul grande schermo un grande classico come quello wildeiano sceglierebbe un Dorian dagli occhi non scuri, ma neri addirittura? Dorian, nel romanzo, ha quel genere di bellezza fuori dal comune; un fascino e un magnetismo che fanno rimanere tutti a bocca aperta, con le sue labbra che sembrano fatte di rose, i suoi capelli color dell’oro e gli occhi azzurri. Quello è un Dorian Gray. Fra tantissimi interpreti perchè, perchè lo scialbo Ben Barnes dalla faccia svalata? Trattandosi quindi di un film dal titolo “Dorian Gray” e rigettandone già a priori il principale interprete, devo dire, le mie intenzioni non erano delle migliori. E, se non fosse per lo squallido e davvero cagneso recitare dei protagonisti, i primi quindici/venti minuti non sarebbero neanche tanto male (tralasciando la presunta fedeltà al testo, tanto è vero che il primo riferimento al romanzo -e cioè la scena in cui viene ritratto Dorian in presenza di Basil e Henry Wotton- si trova proprio intorno ai primi venti/trenta minuti).
Poi inizia il delirio. Basil Hallward diventa prima Beisil (come è giusto che sia pronunciato) poi costantemente storpiato (non si sa come mai) in BASOL. La potenza di Lord Henry Wotton si esaurisce in una figura dai contorni paternalistico-patetici per niente vicina a quella del romanzo, tanto che i suoi famosissimi e strausitati aforismi finiscono per diventare detti da Colin Firth quasi dei proverbiotti popolari per nulla interessanti (a là non esistono più le mezze stagioni, una rondine non fa primavera, per intenderci). Si stenda un velo pietoso su una Sybil Vane fatta diventare poco più che una comparsa dai capelli rossi e dagli occhi azzurri (che cos’è questa inversione?). Scene ai limiti del surreale, con una fantaletteratura (che fa venire davvero da chiedersi si qualcuno abbia mai preso in mano l’originale di Wilde prima di scrivere il copione di questa vergogna) da far spavento, pezzi inventati e pezzi mancati, con tanto di bacio omosessuale fra il pittore Basol (ormai ribattezzato così) e un Dorian ubriaco/risentito/strafatto più simile ad uno dei personaggi di Amore 14 di Moccia che di Wilde.
Dov’è? Dov’è finita quella sessualità detta e non detta, tutto quel garbo nella descrizione delle cose oscure e sozze perpetrate dal Dorian Gray? Dove sta? Dove sta quel velo di sudiciume che non si vede mai, quel rimpianto, quella drammaticità? Perchè ci sono tutte queste scene di sesso, di orge, di baci lesbici, di baci gay, di baci di non si sa chi, di vino che si beve direttamente dalle scollature e narghilè passati di bocca in bocca? Come mai trasformare un classico in un incrocio fra “Sex and the city“, “The Ring“, “Final Destination” (con tanto di fratello di Sybil che viene travolto in pieno dalla metrpolitana), “La morte ti fa bella” (Dorian Gray, non lo sapevate?, fa un patto col diavolo per restare sempre giovane e bello!) ed “Harry Potter” (fuoco e rappresentazione finale)? Per non parlare della svolta à la “Dinasty” degli ultimi trenta minuti del film. La figlia di Henry Wotton. Wotton, una figia? Wotton? Ma dove? In che passaggio? E perchè dalla bocca del Dorian negli ultimi tre minuti del film escono parole come: “cuore“, “amore“? Perchè non anche “sole” a questo punto, visto che ci siamo.
Io direi, vergogna su Oliver Parker, per aver diretto una così vergognosa rappresentazione; vergogna su Ben Barnes per aver anche solo pensato di potersi avvicinare al Gray, vergogna su Colin Firth (che volevo tanto salvare!) per aver trasformato Henry Wotton in uno sforna-frasi-dei-baci-perugina davvero vomitevole, e vergogna su chiunque abbia permesso la realizzazione di questo film. Andate, che ne so, a leggervi (prima) e vedervi (poi) “Persuasione” o uno dei film shakesperiani di Firth, Branagh, Thompson e compagnia. Quello si chiama adattamento cinematografico. Questo si chiama semplicemente barbarie. Che disastro.










