Mine eye hath played the painter and hath steeled
Thy beauty’s form in table of my heart.
My body is the frame wherein ’tis held,
And prespective it is best painter’s art:
For through the painter must you see his skill
To find where your true imaged pictured lies,
Which in my bosom’s shop is hanging still
That hath his windows glazèd with thine eyes.
Now see what good turns eyes for eyes have done:
Mine eyes have drawn thy shape, and thine for me
Are windows to my breast, wherethrough the sun
Delights to peep, to gaze therein on thee.
Yet eyes this cunning want to grace their art:
They draw but what they see, know not the heart.
Shakespeare, Sonetti – 24
Il mio occhio ha giocato a fare il pittore e ha tracciato
la forma della tua bellezza sulla tela del mio cuore.
Il mio corpo è la cornice nella quale è tenuta,
e, in prospettiva, è l’arte migliore di un pittore:
perchè attraverso l’occhio del pittore, vedi il suo genio
e scopri dov’è la tua immagine dipinta, il tuo ritratto,
che ancora è affisso nella bottega del mio petto,
le cui finestre sono fatte con i vetri dei tuoi occhi.
Ora, guarda che cosa han fatto gli occhi per loro stessi:
i miei hanno disegnato la tua figura, e i tuoi per me
sono finestre sul mio petto, attraverso le quali il sole
si diletta a sbirciare, per perdersi là, dentro di te.
Ma agli occhi manca la scaltrezza che ne aggrazi l’arte:
dipingono solo ciò che vedono, non conoscono il cuore.
E chi l’ha detto che pregare non serve a niente? Ecco la prova che Dio esiste! Ogni sera, prima di andarmi a coricare, ho pregato l’Onnipotente Signore del Cielo e della Terra che mi regalasse un Daniel Craig. Stamattina mi sveglio e…bam! Eccolo là! Ed è un Daniel Craig che si può anche mettere in bocca! Devo dire che Dio ha davvero superato sé stesso questa volta. Altro che acqua in vino, pane in pesci. Questo è ufficialmente il mio nuovo miracolo preferito. Ora, piuttosto che lanciarmi in una serie di battute davvero molto ovvie sul fatto che Daniel Craig sia stato fatto ghiacciolo, direi di concentrarmi sulla lista delle prossime preghiere che vorrei vedere esaudite. Caro Gesù, dopo Daniel, voglio Jason Lewis da bere, Chris Pine da mangiare, Simon Baker (decidi tu che cosa gli vuoi far fare, va bene tutto) e per finire, Gale Harold, ma questo non è per me. E’ un regalo Gesù, quindi sbrigati a consegnarlo. Grazie.
(Secondo me se pregate tutti insieme a me, facciamo prima).
Il liceo di oggi è un posto terribile. O forse è sempre stato un posto terribile, anche senza Facebook, MySpace e YouTube a decretare il grado di popolarità di ogni ragazzino della scuola. Ancor più nei licei americani, la gerarchia, un po’ come nella Savana, è incollata agli armadietti come gli adesivi sugli zainetti degli studenti. Il capo delle cheerleader esce con il capitano della squadra di football, i deboli e gli indifesi vengono chiusi nei gabinetti della scuola o buttati nell’immondizia del parcheggio. E’ una giungla.
“Glee“, nuovo drama della FOX (di Ryan Murphy, creatore di Nip/Tuck) è ambientato in questa giungla. Il paragone immancabile arriva con il più adolescenziale “High School Musical” dysneiano, quando invece il musical-show-teen(ma neanche troppo)-drama “Glee” non ha niente di Zac Efron e compagni. Certo, c’è un attraente ragazzotto che fa parte della squadra di football della scuola che canta sotto la doccia e deve mettere a repentaglio la sua reputazione per entrare a far parte del Club dei Perdenti (il Glee Club, appunto), ma a parte questo, le somiglianze si esauriscono.
“Glee” è la storia corale (in tutti i sensi) di un gruppo di giovani “losers” (perchè un po’ perdenti, in fondo, lo siamo tutti) che hanno un talento fuori dal comune. Solo che nessuno se ne accorge. Nessuno tranne il loro talent scout/professore di spagnolo (e una rossa con la mania per l’igene che gli da una mano a rendersene conto). C’è un ragazzino sulla sedia a rotelle che suona la chitarra, un giovane gay, una cinese che balbetta a più riprese e una ragazza di colore e sovrappeso che è la nuova “Beyoncè, non quella dannata Kelly Rowland“.
E poi c’è la ragazza ossessionata dal successo, dal voler fare qualcosa di grande, abituata ad essere ignorata da tutti (e anzi, davvero poco popolare), con un grande talento e due genitori gay che le hanno insegnato a ballare e a cantare da quando aveva tre mesi. Certo, c’è un po’ quella retorica del “crederci sempre arrendersi mai”, di quel “ora i secchioni vi prendono a calci nel culo” che è leggermente fuori tempo, ma le canzoni no. Hanno ritmo, si vedono ovunque, fra classico e moderno, da “Rehab” di Amy Winehouse a “Don’t stop believin‘” dei Journey.
“Glee” ha quel sapore di sogno, di successo, che lascia l’amaro in bocca, che urla un idealismo concretamente irrealizzabile ma che in uno show ha sempre il suo fascino, se guardato da lontano. Prendete “Fame“, “High School Musical“, un po’ di “Ragazze nel pallone” (ve lo ricordate?) e il surrealismo liceale del “Popular” anni ‘90, una leggera spruzzatina di tanta tradizione musicale mescolata a serial americani (da “Ally McBeal” ai musical di “Buffy”, “7th Heaven”, fino al recente -e poco di successo- “Britannia High”) et voilà: Ryan Murphy, con l’ironia che lo caratterizza da sempre (“un ragazzino è stato picchiato l’anno scorso solo perchè i suoi compagni hanno scoperto che guardava Grey’s Anatomy“) e quel pizzico di cinismo che tanto ci piace ci regala delle scene davvero belle, al di là della retorica, con tanto di commovente performance finale di “Don’t stop believin’” che lascia aperto uno spiraglio verso il futuro della serie.
Vorrei proprio che avessero inventato il database delle targhe. Così, per esempio, quando sei su un affollatissimo mezzo pubblico e c’è un biondo con gli occhi azzurri e i capelli biondi vagamente somigliante a un figo proveniente dal pianeta Kripton (che poi, mi sto facendo una cultura di fumetti, e quelli che vengono da Kripton sono tutti spazialmente attraenti non si capisce perchè), magari sai se puoi scendere a chiedergli un passaggio fino a casa (sua o tua, a quel punto) o se è meglio che rimani nel pullman con la signora grassa e barbuta che porta le buste della spesa fino all’ultima fermata. Grazie al “database delle targhe” sarebbe infatti possibile annotare la suddetta targa, tornare a casa, e controllare se il kryptoniano in questione milita nelle tue stesse forze armate, il che non è sempre una garanzia. La cosa bella è che nel “database delle targhe” potrebbero essere registrati anche motorini e catamarani, nonchè moto di grande cilindrata. Basta chiedersi se il centauro che monta in sella ogni pomeriggio sotto il mio portone guarda alla mia finestra solo perchè il sole gli acceca il viso o se davvero sta cercando ancora una volta me. Accedo al “database” e controllo, di modo che il giorno dopo mi faccio trovare seduto sulla sua Harley con tanto di casco in mano e gli chiedo di farmi fare un giro.
There is a bed where I belong
in which I’ve never slept so long,
it’s mine
but still made by my side.
There is a bed where I belong
in which I want to sleep or love,
in which my heart has never been before,
there is a bed I want to stay some more.
There is an house a thousand miles away
in which I’ve never been before.
Is full of days, and love I’ve never known.
There is a face with blue eyes and is yours.
Allora. Cioè. Basta. Cara Anna. Io ho una vita oltre questo blog. Se fosse per te ci sarebbero quarantamila volumi di “Apri grande grande”. Ogni volta che visito i miei siti di trash-gossip holliwodiano stai sempre con le fauci spalancate. Ma va bene così Anna Lynne cara, io ti amo lo stesso. Però mi potevi anche chiamare prima di metterti quella banana in bocca. Il tutto mi sembra un po’ pericoloso, non voirrei che ti affogassi.
Prometto che a breve ci sarà un post serio. Giuro. Non lo faccio più.
“I Love you, Man“, con protagonista Paul Rudd (il marito di Phoebe nel telefilm “Friends“, nonchè uno dei candidati a diventare mio marito), è sicuramente una delle pellicole che, insieme ad “I Love You Phillip Morris” (con Ewan McGregor, Jim Carrey e Rodrigo Santoro), vedrò nelle sale. In breve, Paul è un giovane sposino che non ha mai avuto un amico, un BFF, un “buddy” e per questo si mette alla ricerca di un testimone per le sue nozze. Esilarante.
Ma veniamo alle cose serie. Allora, io ora non voglio mai credere che Anna Lynne legga il mio blog, però magari se smettesse di aprire quella bocca mi eviterebbe di aggiornare ogni settimana la rubrica “Apri grande grande” (qui le altre due uscite, volume 1 e volume 2).
Nel frattempo, Hugh Dancy ha deciso di tradirmi con Claire Danes. Devo dire che non ce l’ho per niente con lui. Immaginate un po’ come saranno i bambini di questi due…spettacolo!
Ultima cosa, ma non meno importante, ricordatevi di dare un’occhiata al secondo episodio di “Dollhouse“, dal titolo “The Target” (Il bersaglio). Un pazzo psicopatico dà la caccia alla bellissima Echo cercando di farla fuori come un cervo fra i cespugli alti del bosco. Vai Echo! Scappa! Corri! Siamo tutti con te!
Lo prometto, dalla prossima volta solo post filosoficamente impegnati.
Dopo J.J. Abrams, Joss Whedon è il mio secondo genio preferito. Creatore di serie come “Buffy“, “Angel” e del recente mini-musical “Dr. Horrible” (con protagonista Neil Patrick Harris e Nathan Fillion), il padre della cacciatrice è tornato su FOX USA questo 13 febbraio con la sua nuova creatura: Echo. “Dollhouse“, la casa delle bambole, andrà in onda con la sua prima stagione (dopo diversi problemi di produzione che ne hanno posticipato di molto la messa in onda), ogni venerdì dopo “The Sarah Connor Chronicles” (sperando non faccia la rovinosa fine di “Firefly” cancellato dopo neanche una stagione).
Quando un genio come Whedon lancia un nuovo prodotto le aspettative sono alte, e ancor più alto è il rischio che la sua nuova eroina non ci piaccia come le precedenti, che non sia all’altezza. Ma Echo (la bellissima Eliza Dushku) non delude, per niente. Perchè è per tutti i gusti, un giorno è una bella ragazza pronta a far divertire un belloccio, il giorno dopo le “puliscono” la memoria e diventa una fredda e professionale specialista in rapimenti. Insomma, è un po’ come Sidney Bristow in “Alias“, ma senza parrucche. Perchè a cambiare non è la sua identità, ma la sua essenza. Echo è una “active“, una bambola programmata per ottemperare agli “incarichi” (e non già alle “missioni”) più diverse, richieste dai facoltosi cliente che domandano le sue prestazioni alla “Dollhouse”. Uno scenziato un po’ pazzo un po’ troppo-giovane-per-essere-uno-scienziato (Fran Kranz), la cala dentro lo speciale marchingegno di sua invenzione e lei dimentica tutto quello che è stata. Echo è materia allo stato puro, un pezzo di plastilina plasmato dalle mani di abili filantropi senza scrupoli che hanno un avvenente polizzioto dell’FBI alle calcagna (Tahmoh Penikett). Nelle prossime puntate faranno compagnia ad Echo anche un singolare maschio dalle orecchie a sventola (Enver Gjokaj) e una donna-active dalla faccia un po’ spaventosa (Dichen Lachman).
Il nuovo drama di Whedon offre eccezionali spunti narrativi ed emozionali. L’eco che si sente è quello di un Grande Fratello orwelliano che controlla le nostre memorie, le nostre azioni, che ci permette di vedere una Echo prima sicura di sé e spavalda, poi spaventata e in preda all’asma, performance che arricchisce il già ricco carnet della Dushku (non nuova a repentini cambi d’umore soprattutto con la cacciatrice Faith, in “Buffy”).
Non manca, già da questo pilot, il mistero attinto dalla tradizione “lostiana” di incrocio fra presente e passato. Molti sono i flashback e i ricordi che affiorano alla memoria durante le “cancellazioni” di Echo. Con tanto di tocco giallo-thriller sul finale, quando un maniaco nudo in posizione yogi, dopo aver ucciso i genitori della dolce Echo, imbusta una foto della ragazza e la spedisce al detective-wrestler già sulle tracce di questo traffico d’umani.
La domanda che Whedon ci vuole fare è: possono cancellarti la memoria, ma possono cancellarti l’anima? Abbiamo tempo per scoprirlo. Nella “casa delle bambole” risuona intanto l’ec(h)o di una nuova eroina tutta al femminile, capace di sparare a sangue freddo così come di piangere per la morte di un povero innocente.