Il disastro di Dorian Gray

Dicembre 1, 2009 di Marcello Signore

Sono andato a vedere il Dorian Gray di Oliver Parker. E l’ho fatto principalmente partendo prevenuto, con la consapevolezza che questa, l’undicesima trasposizione del celeberrimo e pluri-citato romanzo di Oscar Wilde, avrebbe fatto davvero schifo. E siccome ne volevo parlare male, ma non volevo trovarmi nel frattempo a dire di no alla domanda “Ma tu il film l’hai visto?“, al cinema ci sono andato comunque. Mi sono stupito però. Stupito perchè la cosa che io ritenevo peggiore della pellicola, e cioè Ben Barnes, forse alla fine era il minore dei mali. Perchè sì, quale regista sano di mente, per portare sul grande schermo un grande classico come quello wildeiano sceglierebbe un Dorian dagli occhi non scuri, ma neri addirittura? Dorian, nel romanzo, ha quel genere di bellezza fuori dal comune; un fascino e un magnetismo che fanno rimanere tutti a bocca aperta, con le sue labbra che sembrano fatte di rose, i suoi capelli color dell’oro e gli occhi azzurri. Quello è un Dorian Gray. Fra tantissimi interpreti perchè, perchè lo scialbo Ben Barnes dalla faccia svalata? Trattandosi quindi di un film dal titolo “Dorian Gray” e rigettandone già a priori il principale interprete, devo dire, le mie intenzioni non erano delle migliori. E, se non fosse per lo squallido e davvero cagneso recitare dei protagonisti, i primi quindici/venti minuti non sarebbero neanche tanto male (tralasciando la presunta fedeltà al testo, tanto è vero che il primo riferimento al romanzo -e cioè la scena in cui viene ritratto Dorian in presenza di Basil e Henry Wotton- si trova proprio intorno ai primi venti/trenta minuti).

Poi inizia il delirio. Basil Hallward diventa prima Beisil (come è giusto che sia pronunciato) poi costantemente storpiato (non si sa come mai) in BASOL. La potenza di Lord Henry Wotton si esaurisce in una figura dai contorni paternalistico-patetici per niente vicina a quella del romanzo, tanto che i suoi famosissimi e strausitati aforismi finiscono per diventare detti da Colin Firth quasi dei proverbiotti popolari per nulla interessanti (a là non esistono più le mezze stagioni, una rondine non fa primavera, per intenderci). Si stenda un velo pietoso su una Sybil Vane fatta diventare poco più che una comparsa dai capelli rossi e dagli occhi azzurri (che cos’è questa inversione?). Scene ai limiti del surreale, con una fantaletteratura (che fa venire davvero da chiedersi si qualcuno abbia mai preso in mano l’originale di Wilde prima di scrivere il copione di questa vergogna) da far spavento, pezzi inventati e pezzi mancati, con tanto di bacio omosessuale fra il pittore Basol (ormai ribattezzato così) e un Dorian ubriaco/risentito/strafatto più simile ad uno dei personaggi di Amore 14 di Moccia che di Wilde.

Dov’è? Dov’è finita quella sessualità detta e non detta, tutto quel garbo nella descrizione delle cose oscure e sozze perpetrate dal Dorian Gray? Dove sta? Dove sta quel velo di sudiciume che non si vede mai, quel rimpianto, quella drammaticità? Perchè ci sono tutte queste scene di sesso, di orge, di baci lesbici, di baci gay, di baci di non si sa chi, di vino che si beve direttamente dalle scollature e narghilè passati di bocca in bocca? Come mai trasformare un classico in un incrocio fraSex and the city“, “The Ring“, “Final Destination” (con tanto di fratello di Sybil che viene travolto in pieno dalla metrpolitana), “La morte ti fa bella” (Dorian Gray, non lo sapevate?, fa un patto col diavolo per restare sempre giovane e bello!) ed “Harry Potter” (fuoco e rappresentazione finale)? Per non parlare della svolta à la “Dinastydegli ultimi trenta minuti del film. La figlia di Henry Wotton. Wotton, una figia? Wotton? Ma dove? In che passaggio? E perchè dalla bocca del Dorian negli ultimi tre minuti del film escono parole come: “cuore“, “amore“? Perchè non anche “sole” a questo punto, visto che ci siamo.

Io direi, vergogna su Oliver Parker, per aver diretto una così vergognosa rappresentazione; vergogna su Ben Barnes per aver anche solo pensato di potersi avvicinare al Gray, vergogna su Colin Firth (che volevo tanto salvare!) per aver trasformato Henry Wotton in uno sforna-frasi-dei-baci-perugina davvero vomitevole, e vergogna su chiunque abbia permesso la realizzazione di questo film. Andate, che ne so, a leggervi (prima) e vedervi (poi) “Persuasione” o uno dei film shakesperiani di Firth, Branagh, Thompson e compagnia. Quello si chiama adattamento cinematografico. Questo si chiama semplicemente barbarie. Che disastro.

Guida al dating online #1: La lingua

Novembre 27, 2009 di Marcello Signore

Ne sentivamo veramente l’esigenza. O meglio, io ne sentivo l’esigenza, non so voi. E siccome non sono riuscito a trovare niente di sufficientemente intelligente-ironico-sagace-aggiornato sull’argomento, ho deciso che il momento per me di condividere lo scibile è arrivato: una guida al dating online (prevalentemente per gay, ma un po’ per tutti) in dieci (o meno, o più, dipende dalla mia voglia) lezioni. Perchè? Perchè davvero, dal profondo del cuore, le cose per cui ridere/piangere sono tante, sono troppe, perchè io non le scriva e/o ridicolizzi. E’ quasi un dovere morale. E un po’ è un dovere mortale. Mortale come la noia che regna sovrana. Per cui, iniziamo con la prima lezione.

La lingua

Okay, lo so già a che cosa state pensando. No, “lingua” non sta per “gioco di lingua” o “posso far rotolare i dadi con la lingua” (citazione dotta). Lingua sta per quella cosa un po’ dimenticata con la quale si scrivono i profili online. Che siano due righe di presentazione, o un papiello di una pagina e mezza, le lingue sui siti di dating italiani sono solo e soltanto due, vale a dire: l’itagliano e l’anglese.

L’itagliano

Bene, vediamo di capirci. L’itagliano è una lingua piuttosto complessa. Principalmente consiste nell’usare parole prese dall’italiano e mischiarle con lettere provenienti da altri alfabeti (vedasi a tal proposito, il cirillico, il morse e il bimbominkiese). Non ci sono tante regole nell’itagliano (e si vede), non esiste una consecutio temporum, il congiuntivo è totalmente abolito, e trionfano lettere come “x”, “k”, “j”, “w”, “y” (spesso proprio in questo ordine). Volentieri, l’itagliano consente a chi lo usa di esprimere diversi concetti in un solo periodo. Si veda ad esempio: “Molta gente nun sta bene con la testa non sa cosa vuole dalla vita si pensano che facendo e volendo solo sesso e amici hanno risolto tutto ma nel frattempo il tempo passa gli anni passano e che avete seminato? NULLAAA”. Si cerca ancora di tradurre questo passo, ma aimè, la linguistica fatica. Si legga a tal proposito: “sn una persona simpatica cordiale estroversa e brillante a cui vale la pena conoscere credetemi” e ancora: “non saprei che scrivere meglio conosciersi (…) io credetemi non ho idea di cio che scrivere“, oppure ecco un caso in cui lo stesso verbo in posizioni diverse dovrebbe assumere due significati diversi invece ne ha solo uno (e non si capisce neanche tanto bene quale): “non smettere mai di credere in quello che si crede“.

Il bello dell’itagliano però è che è pienissimo di creatività. Come nel caso di: “Ho mollato per un po ma adex ho voglia di nuovi d rinnamorarmi…quindi fatevi avanti…NN MANGIO MICA“, “eccomi qua come tanti altri,pero con una raggione in piu” (forse sarà quella G?), “spero ke non mi fate rimpiangere milano” (evidentemente a Milano non si usa in congiuntivo). Basta navigare un po’ per capire che questa lingua è davvero molto, molto difficile da capire.

L’anglese

L’anglese, come dice la parola stessa, è uno strano mix di itagliano e la celebre lingua inglese. Se ne trovano esempi un po’ dappertutto, qui segnaliamo gli abominevoli: “warning man to relation it” (troppo d’avanguardia anche solo per cercare d’essere tradotto), “what is important and above all is communication and mutual sympathy” (basta un vocabolario qualsiasi per venire a conoscenza del fatto che SYMPATHY vuol dire EMPATIA, COMPASSIONE e non SIMPATIA), “at the end of Decemberry” (mese di fantasia in cui evidentemente crescono le fragole anche con la neve).

Ora voi mi direte: ma che ci importa della lingua? Ebbene io vi dirò: se vi siete iscritti ad un sito per incontri online è perchè si presuppone che vogliate trovarvi un uomo. Un uomo, capito bene? E che genere di uomo è per voi uno che non sa coniugare il verbo essere? Che genere di uomo è quello che è talmente pigro da eliminare tutte le vocali dalla parola “perchè” fino a ridurla a “xk”? Che genere di uomo è quello che scrive come mangia (vedi sopra) o, ancora peggio, parla (vedi sempre sopra)? Ve lo dico io che genere è: il genere di uomo che voi NON volete.

Botta e risposta – #1

Al termine di ogni lezione, ci taglieremo un angolino per rispondere personalmente agli affronti che leggiamo online. V’è mai capitato di leggere qualcosa a cui, dentro di voi, avete risposto, anche in malo modo? Bene, bravi. Ecco, facciamolo sul serio.

“Contengo in Me una Bestia, un Angelo e un Pazzo” – e stai messo proprio bene.
“sincerita per una relazione stabile” – arisa.
“Tutto e il contrario di esso…” – esso chi? tu? lui? io? loro? noi? voi? esso?
“E se fosse anche questa l’ennesima perdita d tempo?” – è molto probabile che lo sia.
“Incrociamo le strade e vediamo cosa succede!” – ma non erano le dita?

…e il premio di questa settimana va a questo coraggioso signore (che potete vedere cliccando qui, sì, facciamo nomi e cognomi!):

“NONOSTANTE LE FOTO INDICHINO BEN ALTRO…NON SONO INTERESSATO A SESSO DA MERCENARI…NON BASTA SAPER LEGGERE IL PROFILO….è NECESSARIO SAPER COMPRENDERE QUELLO CHE C’è SCRITTO!!!!”: che cosa c’è da capire? Ci sono le foto del tuo culo. Che cosa c’è da interpretare? Ti si vedono i gioielli di famiglia.

A presto con la prossima lezione.
E se assistete ad orrori di qualche genere, sentitevi pure liberi di mandarmeli, ci penserò io.

Il culto di Santa Elizabeth

Novembre 25, 2009 di Marcello Signore

In principio fu Juliet, poi Erica.
Ora, la nostra Santa ci detta una serie di comandamenti che faremo meglio a seguire, se vogliamo avere salva la vita.

1 – Non avrai altra cattiva televisiva all’infuori di Juliet Burke.
2 – Non pronunciare il nome di Elizabeth invano.
3 – Ricordati di santificare il martedì con “Lost” e “V”.
4 – Se tua madre ti dice di non mischiarti con i Visitors, tu NON lo fare.
5 – Uccidi solo chi come il tuo collega, è un Visitor.
6 – Commetti atti impuri e poi mangia un gelato a letto ballando “Downtown”.
7 – Non rubare la roba “degli altri“, ruba solo: pistole, medicinali, dinamite, files del governo.
8 – Menti sempre. E se per caso ti va di dire la verità, falla sembrare una bugia.
9 – Se desideri l’uomo di un’altra, prenditelo, tanto siete su un’isola deserta. E poi prenditi Goodwin. E poi prenditi Sawyer. E poi prenditi Jack. E poi prenditi il prete. E anche il Visitor nero visto che ci sei.
10 – Se le cose degli altri sono a portata di mano, non limitarti a desiderarle, prenditele e basta, tanto puoi sempre mentire e dire di non avercele tu con la faccia da culo che ti ritrovi.

Amen.

L’assicuratore

Novembre 24, 2009 di Marcello Signore

Oggi, a casa mia, c’è stato l’assicuratore. E parlava, con mia madre, di come a lei non importasse niente della sua carriera, ma vabbè. L’assicuratore, che nella vita probabilmente avrà avuto brutte esperienze con insegnanti-gay/preti/donne-pompiere, ha iniziato a profondersi su una serie di luoghi comuni à la “le donne devono stare in cucina e allevare i figli, perchè, chi vuole che li cresca ’sti bambini una tata nigeriana?“. E fin qui, mia madre, che è una donnona tutta d’un pezzo di certo non s’è datta intimidire da quel maiale.

Ma quando poi l’assicuratore, uomo comunissimo, che può essere vostro zio, vostro nonno, il vostro vicino di casa, quello che incontrate alla pompa di benzina, il padre della ragazzina alla quale insegnate inglese (lingua, a detta sua, prevalentemente gay); si è lanciato in una discussione molto america-anni-50-pre-Milk sugli omosessuali, mia madre non ha mollato. “E perchè gli omosessuali posso insegnare nelle scuole? Perchè? Voglio dire, io sono basso e grasso e non ho mica provato a fare il modello. Se volessi fare il modello e mi scartassero, quella non sarebbe discriminazione, perchè dovrebbe esserla quella dell’omosessuale nelle scuole?“.

Al che mia madre gli ha fatto notare che nelle scuole non è che si insegna ai bambini ad essere omosessuali, ma al più la matematica, l’italiano e l’inglese (e qui, vedi sopra); e che l’insegnante non ha sesso e se anche lo avesse i bambini non sono stupidi bambolotti idioti che decidono di diventare omosessuali perchè lo è anche il maestro di musica (eh, altra materia in cui secondo l’assicuratore gli omosessuali sono eccellenti); che omosessuali, si nasce (questo, vorrei sottolineare, lo ha detto mia madre).

Ma allora signora, lei vuole riscrivere tremila anni di storia qui, eh!“. Pronto? Signor assicuratore? Le ricordo che tremila anni fa, forse qualche anno addietro anche in più, l’omosessualità era come la sua obesità: non era sinonimo di diversità, era cosa su cui neanche ci si faceva un argomento di discussione, faceva parte dei costumi, era, e basta. “I greci loro erano raffinatissimi omosessuali“, massì, io direi che potremmo metterci tutti una toga e filosofeggiare tutto il giorno, allora sì che saremmo molto raffinati.

Ed io? Dov’ero? Dietro la porta, ad ascoltare. Perchè il problema è proprio questo. Mentre mia madre mi faceva cenno di andar via, perchè credeva di avere la situazione sotto controllo, io non ho avuto il coraggio di irrompere nel salone, e dire: “Hey, io sono omosessuale, faccio davvero così paura? Perchè non dovrei insegnare ai suoi figli -cosa che nella mia carriera mi è già anche capitato di fare-? Potrebbe farlo lei, allora? Perchè se io sono gay e non posso insegnare altrimenti tutti i miei alunni diventano gay, forse non dovrebbe farlo neanche, che ne so, un insegnante musulmano, altrimenti tutti i bambini diventerebbero seguaci di Allah, o forse neanche un insegnate obeso, altrimenti i bambini diventerebbero tutti grassi; e così via dicendo. Mi scusi, ma lei in che anno vive? Mi correggo, in che secolo vive? Non so quante volte ha detto che lei non ha nulla in contrario e che lei non è per la discriminazione, perchè discriminazione è una parola brutta e nessuno vorrebbe sentirsi dire che è uno che discrimina, come non vorrebbe sentirsi dire che è stronzo, insomma; ma lei questa come la chiama? Caro Signor Assicuratore, perchè ha un problema contro le donne pompiere, le donne in carriera e i gay nella scuola -e fuori la scuola a quanto pare-?“.

E invece, sono stato lì, sotto la tenda della cucina, ad ascoltare e a strizzarmi le unghie nei palmi delle mani. Perchè è questo quello che facciamo. Anche se c’era mia madre lì a difendermi, mi sarei dovuto alzare io, omosessuale intelligente e talentuoso di una certa levatura, perfettamente in grado di farmi giustizia da solo. Quindi un po’, se mi tireranno mai le pietre, forse me lo meriterò. E forse a tirarmele per la strada, sarà proprio il figlio dell’assicuratore.

Know not the heart.

Giugno 6, 2009 di Marcello Signore

Mine eye hath played the painter and hath steeled
Thy beauty’s form in table of my heart.
My body is the frame wherein ’tis held,
And prespective it is best painter’s art:
For through the painter must you see his skill
To find where your true imaged pictured lies,
Which in my bosom’s shop is hanging still
That hath his windows glazèd with thine eyes.
Now see what good turns eyes for eyes have done:
Mine eyes have drawn thy shape, and thine for me
Are windows to my breast, wherethrough the sun
Delights to peep, to gaze therein on thee.
Yet eyes this cunning want to grace their art:
They draw but what they see, know not the heart.

Shakespeare, Sonetti – 24

Il mio occhio ha giocato a fare il pittore e ha tracciato
la forma della tua bellezza sulla tela del mio cuore.
Il mio corpo è la cornice nella quale è tenuta,
e, in prospettiva, è l’arte migliore di un pittore:
perchè attraverso l’occhio del pittore, vedi il suo genio
e scopri dov’è la tua immagine dipinta, il tuo ritratto,
che ancora è affisso nella bottega del mio petto,
le cui finestre sono fatte con i vetri dei tuoi occhi.
Ora, guarda che cosa han fatto gli occhi per loro stessi:
i miei hanno disegnato la tua figura, e i tuoi per me
sono finestre sul mio petto, attraverso le quali il sole
si diletta a sbirciare, per perdersi là, dentro di te.
Ma agli occhi manca la scaltrezza che ne aggrazi l’arte:
dipingono solo ciò che vedono, non conoscono il cuore.

Shakespeare, e Marcello Signore; Sonetti – 24

Daniel Craig, freddo e duro come un ghiacciolo.

Giugno 1, 2009 di Marcello Signore

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E chi l’ha detto che pregare non serve a niente? Ecco la prova che Dio esiste! Ogni sera, prima di andarmi a coricare, ho pregato l’Onnipotente Signore del Cielo e della Terra che mi regalasse un Daniel Craig. Stamattina mi sveglio e…bam! Eccolo là! Ed è un Daniel Craig che si può anche mettere in bocca! Devo dire che Dio ha davvero superato sé stesso questa volta. Altro che acqua in vino, pane in pesci. Questo è ufficialmente il mio nuovo miracolo preferito. Ora, piuttosto che lanciarmi in una serie di battute davvero molto ovvie sul fatto che Daniel Craig sia stato fatto ghiacciolo, direi di concentrarmi sulla lista delle prossime preghiere che vorrei vedere esaudite. Caro Gesù, dopo Daniel, voglio Jason Lewis da bere, Chris Pine da mangiare, Simon Baker (decidi tu che cosa gli vuoi far fare, va bene tutto) e per finire, Gale Harold, ma questo non è per me. E’ un regalo Gesù, quindi sbrigati a consegnarlo. Grazie.

(Secondo me se pregate tutti insieme a me, facciamo prima).

Jude, ti aspetto.

Maggio 29, 2009 di Marcello Signore

jude-baloon
Jude, ti aspetto, non ti preoccupare. Però poi ce ne andiamo dall’Italia, che non sta bene vivere qui.

Glee

Maggio 27, 2009 di Marcello Signore

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Il liceo di oggi è un posto terribile. O forse è sempre stato un posto terribile, anche senza Facebook, MySpace e YouTube a decretare il grado di popolarità di ogni ragazzino della scuola. Ancor più nei licei americani, la gerarchia, un po’ come nella Savana, è incollata agli armadietti come gli adesivi sugli zainetti degli studenti. Il capo delle cheerleader esce con il capitano della squadra di football, i deboli e gli indifesi vengono chiusi nei gabinetti della scuola o buttati nell’immondizia del parcheggio. E’ una giungla.

Glee“, nuovo drama della FOX (di Ryan Murphy, creatore di Nip/Tuck) è ambientato in questa giungla. Il paragone immancabile arriva con il più adolescenziale “High School Musical” dysneiano, quando invece il musical-show-teen(ma neanche troppo)-drama “Glee” non ha niente di Zac Efron e compagni. Certo, c’è un attraente ragazzotto che fa parte della squadra di football della scuola che canta sotto la doccia e deve mettere a repentaglio la sua reputazione per entrare a far parte del Club dei Perdenti (il Glee Club, appunto), ma a parte questo, le somiglianze si esauriscono.

“Glee” è la storia corale (in tutti i sensi) di un gruppo di giovani “losers” (perchè un po’ perdenti, in fondo, lo siamo tutti) che hanno un talento fuori dal comune. Solo che nessuno se ne accorge. Nessuno tranne il loro talent scout/professore di spagnolo (e una rossa con la mania per l’igene che gli da una mano a rendersene conto). C’è un ragazzino sulla sedia a rotelle che suona la chitarra, un giovane gay, una cinese che balbetta a più riprese e una ragazza di colore e sovrappeso che è la nuova “Beyoncè, non quella dannata Kelly Rowland“.

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E poi c’è la ragazza ossessionata dal successo, dal voler fare qualcosa di grande, abituata ad essere ignorata da tutti (e anzi, davvero poco popolare), con un grande talento e due genitori gay che le hanno insegnato a ballare e a cantare da quando aveva tre mesi. Certo, c’è un po’ quella retorica del “crederci sempre arrendersi mai”, di quel “ora i secchioni vi prendono a calci nel culo” che è leggermente fuori tempo, ma le canzoni no. Hanno ritmo, si vedono ovunque, fra classico e moderno, da “Rehab” di Amy Winehouse a “Don’t stop believin‘” dei Journey.

“Glee” ha quel sapore di sogno, di successo, che lascia l’amaro in bocca, che urla un idealismo concretamente irrealizzabile ma che in uno show ha sempre il suo fascino, se guardato da lontano. Prendete “Fame“, “High School Musical“, un po’ di “Ragazze nel pallone” (ve lo ricordate?) e il surrealismo liceale del “Popular” anni ‘90, una leggera spruzzatina di tanta tradizione musicale mescolata a serial americani (da “Ally McBeal” ai musical di “Buffy”, “7th Heaven”, fino al recente -e poco di successo- “Britannia High”) et voilà: Ryan Murphy, con l’ironia che lo caratterizza da sempre (“un ragazzino è stato picchiato l’anno scorso solo perchè i suoi compagni hanno scoperto che guardava Grey’s Anatomy“) e quel pizzico di cinismo che tanto ci piace ci regala delle scene davvero belle, al di là della retorica, con tanto di commovente performance finale di “Don’t stop believin’” che lascia aperto uno spiraglio verso il futuro della serie.

Le geniali invenzioni #1: il database delle targhe.

Aprile 20, 2009 di Marcello Signore

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Vorrei proprio che avessero inventato il database delle targhe. Così, per esempio, quando sei su un affollatissimo mezzo pubblico e c’è un biondo con gli occhi azzurri e i capelli biondi vagamente somigliante a un figo proveniente dal pianeta Kripton (che poi, mi sto facendo una cultura di fumetti, e quelli che vengono da Kripton sono tutti spazialmente attraenti non si capisce perchè), magari sai se puoi scendere a chiedergli un passaggio fino a casa (sua o tua, a quel punto) o se è meglio che rimani nel pullman con la signora grassa e barbuta che porta le buste della spesa fino all’ultima fermata. Grazie al “database delle targhe” sarebbe infatti possibile annotare la suddetta targa, tornare a casa, e controllare se il kryptoniano in questione milita nelle tue stesse forze armate, il che non è sempre una garanzia. La cosa bella è che nel “database delle targhe” potrebbero essere registrati anche motorini e catamarani, nonchè moto di grande cilindrata. Basta chiedersi se il centauro che monta in sella ogni pomeriggio sotto il mio portone guarda alla mia finestra solo perchè il sole gli acceca il viso o se davvero sta cercando ancora una volta me. Accedo al “database” e controllo, di modo che il giorno dopo mi faccio trovare seduto sulla sua Harley con tanto di casco in mano e gli chiedo di farmi fare un giro.

Chris Pine

Aprile 8, 2009 di Marcello Signore

pine
Dichiarate quest’uomo illegale.